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Normale Version: Rime - Parte prima 021 - 040 (18)
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XXI

Biasiman molti spiacevoli Amore
e dicon lui accidente noioso,
pien di spavento, cupido e ritroso,
e di sospir cortese donatore.

Né vede di costoro il cieco errore
come proceda il suo valor nascoso,
nell’uom prudente giusto ed animoso,
per bene operar, volere onore.

Come costui nell’anima gentile
pronto si pon per valoroso obbietto,
così la rende cortese ed umìle.

Ornarsi di costumi è ’l suo diletto;
fugge come nimico ogn’atto vile:
chi dunque de cessar starli subbietto?

XXIII

Questo amoroso fuoco è sì soave,
che tuttora ardo e parmi crescer vita;
ma vedo ben che, se ’l ciel non m’aita,
rotta è fra duro scoglio la mia nave.

Tal mi tien chiuso sotto a mille chiave,
che, con sua faccia angelica e polita,
or pena etterna or dolcezza infinita
mi mostra; or m’assicurà ora mi spave.

Così del mio fin dubbio ardendo spero
nel fuoco rinnovar come fenice,
e questo d’ogni doglia è medicina.

Né posso, a mio giudicio, dir con vero
che per cosa terrena esser felice
io cerchi, ma d’effige alta e divina


XXIV

Quello spirto vezzoso, che nel core
mi misero i begli occhi di costei,
parla sovente con meco di lei
leggiadramente, e simile d’Amore.

E poi del suo animoso fervore
una speranza crea ne’ pensier miei,
che sì lieto mi fa, ch’io mi potrei
beato dir s’ella stesse molt’ore.

Ma un tremor, da non so che paura
10 nato, lo scaccia e rompe in mezzo il porto,
ch’aver preso credea, di mia salute;

e veggio aperto ch’alcun ben non dura
lunga stagione in questo viver corto,
quantunque possa natural virtute.

XXV

Quante fiate per ventura il loco
veggio là dov’io fui da Amore preso,
tanto mi par di nuovo esser acceso
da un desio più caldo assai che ’l foco;

e poi che quello ho riguardato un poco
e stato alquanto sovra me sospeso,
dico: “Se tu ti fosse qui difeso,
non sarest’or, per merzé chieder, fioco.

Adunque piangi, poi la libertate
avevi nelle man lasciata hai andare
per donna vaga, e di poca pietate”.

Poi mi rivolgo, e dico che lo stare
subbietto a sì mirabile biltate
è somma e lieta libertate usare.


XXVI

“A quella parte ov’io fui prima accesa
del piacer di colui, che mai del core
non mi si partirà, sovente Amore
mi tira, né mi val farli difesa.

Quindi rimiro lui, tutta sospesa,
in giù e ’n su, pregandol, se ’l valore
suo sempre cresca, che ’l vago splendore
mi mostri del mio ben, che m’ha sì presa.

Il qual s’avvien che io veggia per grazia,
10 contenta dentro mi ritraggo un poco,
lodando Iddio, Amore e la fortuna;

e mentre che d’averlo visto sazia
esser mi credo, raccender il foco
sento di rivederlo e torno in una”.

XXVII

Quando s’accese quella prima fiamma
dentro da me, che ’l cor mi munge ed arde,
io solia dir talor: “Questa non arde
come suol arder ciascun’altra fiamma;

5 anzi conforta, sospinge ed infiamma
a valor seguitar chiunque ella arde:
per che de esser contento, in cui ella arde,
di più fin divenir in cotal fiamma”.

Ma il cor, già carbon fatto in questo foco,
senza pace sperar, in tristo pianto,
ha mutata sentenzia e chiede morte.

E non trovando lei in cotal foco,
ora rovente ed or bagnato in pianto,
si sta in vita assai peggior che morte.


XXVIII

Misero me, ch’io non oso mirare
gli occhi ne’ quali stava la mia pace;
però che, come il ghiaccio si disface
al sol, così mi sento il cor disfare

per soverchio disio nel riguardare:
e s’altro miro, tanto mi dispiace,
ch’un gel noioso vienmi, il qual mi face
di morte spesse volte dubitare.

Fra questi estremi sto, né so che farmi:
10 o arder tutto, lor mirando fiso,
o di freddo morire, altro guardando.

L’un mi duol men, ma troppo grave parmi
da cui salute spero esser ucciso,
e più duro mi par morir guardando!

XXIX

S’io ti vedessi, Amor, pur una volta
l’arco tirare e saettar costei,
forse ch’alcuna speme prenderei
di pace ancor, della mia pena molta;

ma perché baldanzosa, lieta e sciolta
la veggio e te codardo inver di lei,
non so ben da qual parte i dolor miei
s’aspettin fine, o l’anima ricolta.

Ogni suo atto impenna un de’ tuo’ strali;
che diss’io un? ma cento: ed il tuo arco
ognor a trapassar mi par più forte.

Vedi ch’io son senz’armi, diseguali
al poter tuo, e, se non chiudi il varco,
l’anima mia, ch’è tua, sen vola a morte


XXX

Trovato m’hai, Amor, solo e senz’armi
là dove più armato ed avveduto
sei, credo, per uccidermi venuto,
col favor di costei, ch’in disertarmi

aguzza le saette che passarmi
deono il cor; ma, poi che fia saputo,
certo son ne sarai da men tenuto
d’aver voluto pur così disfarmi.

Poco onor ti sarà, s’io non m’inganno,
ferir, vincer, legar, uccider uno
che far non puote inver di te difesa.

Ma tu, che ad onor rispetto alcuno
non avesti giammai, del mio gran danno
ti riderai, ed io m’avrò l’offesa.

XXXI

“Che fabrichi? che tenti? che limando
vai le catene, in che tu stesso entrasti”,
mi dice Amore, “e te stesso legasti
senza mio prego e senza mio comando?

Che latebra, che fuga vai cercando
di drieto a me, al qual tu obbligasti
la fede tua, allor che tu mirasti
l’angelica bellezza desiando?

O stolte menti, o animali sciocchi!
poi che t’avrai co’ tua inganni sciolto
e volando sarai fuggito via,

una parola, un riso, un muover d’occhi,
un dimostrarsi lieto il vago volto
farà tornarti più stretto che pria”.



XXXII

Pallido, vinto e tutto transmutato
dallo stato primier quando mi vede
la nemica d’amore e di mercede,
nelle cui reti son preso e legato,

quasi di ciò che io ho già contato
del suo valor, prendendo intera fede,
lieta più preme il cor ch’ella possede,
indi sperando nome più pregiato.

Ond’io stimo che sia da mutar verso,
pur ch’Amor mel consenta, e biasimare
ciò che io scioccamente già lodai.

Forse diverrà bianco il color perso,
e per lo non ben dir potrò impetrare,
per avventura, fine alli mia guai.


XXXIV

Quando posso sperar che mai conforme
divenga questa donna a’ desir miei
ch’ancor con prieghi impetrar non potei
dal sonno, mostrator di mille forme,

ch’in sogn’almen, dov’ella lascia l’orme,
mi dimostrasse: e contento sarei,
poich’io non posso più riveder lei,
che crudel cerca, lasso! in terra porme.

Allora certo, quando torneranno
li fiumi a’ monti, ed i lupi l’agnelle
dagli ovil temorosi fuggiranno.

Dunque uccidimi, Amore, acciò che quelle
luci che fur principio del mio danno,
del morir mio ridendo, sien più belle.

XXXV

Se quella fiamma che nel cor m’accese
ed or mi sface in doloroso pianto,
fosse ver me pietosa pur alquanto,
e del mostrarsi un poco più cortese,

ancora spererei trovar difese
alla mia vita, che m’è in odio tanto,
e’ sospir grevi rivolger in canto
e poter perdonar le fatte offese.

Ma perché, come Febo fuggì Dane,
così costei d’ogni parte mi fugge
e niega agli occhi miei il suo bel lume,

troppo invescata in l’amorose pane
la mia vita cognosco che si strugge,
e ’l cor diventa di lagrime fiume

XXXVI

Scrivon alcun Partenopè, sirena
ornata di bellezze e piena d’arte,
aver sua stanza eletta in questa parte
tra il colle erboso e la marina rena,

e qui lasciata ancor d’età non piena
le membra sua, che or son cener sparte,
e il nome suo in più felice carte
e in questa terra fertile ed amena.

E com’a le’ fu il ciel mite e benigno,
così alle poi nate par che sia:
ed io, miser a me, sovente il provo,

veggendo bella la nemica mia
vincer ogni mia forza col suo ingegno,
ver me mostrando sempre sdegno novo.

XXXVII

Vetro son fatti i fiumi, ed i ruscelli
gli serra di fuor ora la freddura;
vestiti son i monti e la pianura
di bianca neve e nudi gli arbuscelli,

l’erbette morte, e non cantan gli uccelli
per la stagion contraria a lor natura;
Borea soffia, ed ogni creatura
sta chiusa per lo freddo ne’ sua ostelli.

Ed io, dolente, solo ardo ed incendo
in tanto foco, che quel di Vulcano
a rispetto non è una favilla;

e giorno e notte chiero, a giunta mano,
alquanto d’acqua al mio signor, piangendo,
né ne posso impetrar sol una stilla

XXXVIII

Pervenut’è, insin nel secul nostro,
che tante volte il cuor di Prometeo
con l’altre parti dentro si rifeo,
di quante se ne pasce un duro rostro;

il che parria forse terribil mostro,
se non fesse di me simil trofeo
sovent’Amor, ch’a scriverlo poteo
far del mio lagrimar penna ed inchiostro.

Io piango, e sento ben che ’l cor si sface;
ed allor, quand’egli è per venir meno,
debile, smunto e punto per l’affanno,

o Dio! nascoso sento che ’l riface
el mio destin: laonde etterne fieno
le pene che mi disfano e rifanno.

XXXIX

Sì tosto come il sole a noi s’asconde
e l’ombra vien, che ’l suo lume ne toglie,
ogn’animale in terra si raccoglie
al notturno riposo, insin che l’onde

di Gange rendon con le chiome bionde
al mondo l’aurora, e le lor doglie,
i duri affanni e l’amorose voglie
soave sonno allevia o le confonde.

Ma io, come si fa il ciel tenebroso,
sì gran pianto per gli occhi mando fore,
che tanta acqua non versan dua fontane;

né dormir, né speranza alcun riposo
posson prestare al mio crudel dolore:
così m’affligge Amor fin la dimane


XL

Chi nel suo pianger dice che ventura
avversa gli è al suo maggior disio,
e chi l’appone scioccamente a Dio,
e chi accusa Amore e chi la dura

condizion della donna che, pura,
forse non sente l’appetito rio,
e chi del cielo fa rammarichio,
non conoscendo sé, di sua sciagura.

Ma io, dolente, solo agli occhi miei
ogni mia doglia appongo, che fur porte
all’amorosa fiamma che mi sface.

Se stati fosser chiusi, ancor potrei
signor di me contrastar alla morte,
la qual or chiamo per mia dolce pace
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