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Normale Version: Rime - Parte prima 061 - 080 (12)
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LXI

Intra ’l Barbaro monte e ’l mar Tirreno
sied’il lago d’Averno intorniato
da calde fonti, e dal sinistro lato
gli sta Pozzuolo ed a destro Miseno;

il qual sent’ora ogni suo grembo pieno
di belle donne, avendo racquistato
le frondi, la verdura e ’l tempo ornato
di feste, di diletto e di sereno.

Questi con la bellezza sua mi spoglia
ogn’anno, nella più lieta stagione,
di quella donna ch’è sol mio desire.

A sé la chiama, ed io, contra mia voglia,
rimango senza il cuore, in gran quistione
qual men dorriemi, il viver o ’l morire.

LXII

Toccami ’l viso zefiro tal volta
più che l’usato alquanto impetuoso,
quasi se stesso allora avesse schiuso
dal cuoi’ d’Ulisse, e la catena sciolta.

E poi che l’alma tutt’ha in sé raccolta,
par ch’e’ mi dica: “Leva il volto suso;
mira la gioia ch’io, da Baia effuso,
ti porto in questa nuvola rinvolta”.

Io lievo gli occhi, e parmi tanto bella
veder madonna entr’a quell’aura starse,
che ’l cor vien men sol nel maravigliarse.

com’io veggio lei più presso farse,
lievomi per pigliarla e per tenella:
e ’l vento fugge, ed essa spare in quella

LXIII

E Cinzio e Caucaso, Ida e Sigeo,
Libano, Sena, Carmelo ed Ermone,
Athos, Olimpo, Pindo e Citerone,
Aracinto, Menalo, Ismo e Rifeo,

Etna, Pachin, Peloro e Lilibeo,
Vesevo, Gauro, Massich’e Caulone,
Apennin, l’Alpi, Balbo e Borione,
Atlante, Abila, Calpe e Pireneo,

o qualunqu’altro monte, ombre giammai
ebber cotanto grate a’ lor pastori,
quant’a me furon quelle di Miseno:

nelle quai sì benigno Amor trovai,
che refrigerio diede a’ mia ardori
e ad ogni mia noia pose freno.

LXIV

Colui per cui, Misen, primieramente
foste nomato, cui ceneri ancora
sparte nella tua terra fan dimora
e faran, credo, perpetualmente,

5 facea trombando inanimar la gente
e ad arme ed a guerra, d’ora in ora,
e de’ legni d’Enea di poppa in prora
batter il mar co’ remi virilmente.

Ma tu di pace e d’amor e di gioia
sei fatto grembo e dilettoso seno,
degno d’etterno nome e di memoria.

Ben lo so io, ch’in te ogni mia noia
lasciai, e femmi d’allegrezza pieno
colui ch’è sire e re d’ogni mia gloria

LXV

Se io temo di Baia e il cielo e il mare,
la terra e l’onde e i laghi e le fontane
e le parti domestiche e le strane,
alcun non se ne dee maravigliare.

Quivi s’attende solo a festeggiare
con suoni e canti, e con parole vane
ad inveschiar le menti non ben sane,
o d’amor le vittorie a ragionare.

Ed havvi Vener sì piena licenza,
che spess’avvien che tal Lucrezia vienvi,
che torna Cleopatra allo suo ostello.

Ed io lo so, e di quinci ho temenza,
non con la donna mia sì fatti sienvi,
che ’l petto l’aprino ed intrinsi in quello.

LXVI

Ben che si fosse, per la tuo’ partita,
l’alta speranza, la qual io prendea
de’ tuo’ vaghi occhi, qualor gli vedea,
giovine bella, quasi che fuggita,

pur sostenea la deboletta vita
un soave pensier, che mi dicea,
quando di ciò con meco mi dolea:
“Tosto sarà ormai la suo’ reddita!”

Ma ciò mai non avvene, e me partire
or convien contra grado, né speranza
di mai vederti mi rimane alcuna.

Onde morrommi, caro mio disire,
e piangerò, il tempo che mi avanza,
lontano a te, la mie’ crudel fortuna.

LXVII

Poscia che gli occhi mia la vaga vista
hanno perduta, il cui lieto splendore
ciaschedun mio desir caldo d’amore
facea contento in questa valle trista,

dove più noia chi più vive acquista,
non curo omai se del dolente core,
alma, ten vai, perciò che ’l mio dolore
non regolerà mai discreto artista.

Anzi ten va, ch’io, che solea cantare,
non vo’ pascer l’invidia di coloro
a’ quai doler solea la mia letizia.

Vatten adunque omai, non aspettare
d’esser cacciata, ed altrove ristoro
prendi, se puoi, di questa mia trestizia.

LXVIII

Deh, quanto è greve la mia sventura
e mobile più ch’altro il viver mio!
Io piango spesso con tanto disio
quant’alcun rida: e mentre il pianto dura,

vien nella mente mia quella figura
che più ch’altro mi piace, sallo Iddio;
quivi col lieto aspetto vago e pio
conforta ’l core e l’alma rassicura,

dicendo cose, ch’ogni spiritello
smarrito surge lieto e pien d’amore,
e me fan più ch’alcun altro contento.

Di quinci nasce chi dal viso bello
mi mostra esser lontano, onde ’l dolore
torna più fier che prima per l’un cento


LXXII

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco,
boschi selvaggi le tua piagge sieno,
e le tua fonti diventin veneno,
né vi si bagni alcun molto né poco:

in pianto si converta ogni tuo gioco,
e suspetto diventi el tuo bel seno
a’ naviganti: il nuvolo e ’l sereno
in te riversin fumo, solfo e fuoco;

ché hai corrotto la più casta mente
che fosse ’n donna, con la tua licenza,
se ’l ver mi disser gli occhi non è guari;

laond’io sempre viverò dolente,
come ingannato da folle credenza:
or foss’io stato cieco non ha guari!

LXXIII

O miseri occhi miei più ch’altra cosa,
piangete omai, piangete, e non restate:
voi di colei le luci dispietate
menasti pria nell’anima angosciosa,

ch’ora disprezza; voi nell’amorosa
pregion legaste la mia libertate;
voi col mirarla più raccendavate
il cor dolente, ch’or non truova posa.

Dunque piangete, e la nemica vista
di voi spingete col pianger più forte,
sì ch’altro amor non possa più tradirvi.

Questo desia e vuol l’anima trista,
perciò che cose grave più che morte
l’ordisti già incontro nel seguirvi

LXXIV

Cader postù in que’ legami, Amore,
ne’ quai tu n’hai già molti avviluppati;
rotte ti sien le braccia, ed ispuntati
gli artigli e l’ali spennate e ’l vigore

tolto, e la deità tua sia ’n orrore
a quei che nasceran e che son nati,
e sianti l’arco e gli strali spezzati,
e il tuo nome sia sempre dolore:

bugiardo, traditore e disleale,
frodolente, assassin, ladro, scherano,
crudel tiranno, spergiuro, omicida;

ché dopo il mio lungo servire invano
mi proponesti tal, ch’assai men vale:
caggia dal ciel saetta che t’occida.

LXXX

“L’arco degli anni tuoi trapassat’hai,
cambiato il pelo e la virtù mancata,
di questa tuo picciola giornata
già verso ’l vespro camminando vai;

buono è adunque amor lasciare omai,
e a pensar dell’ultima posata”
dice l’anima seco, innamorata,
qualor punta è da non usati guai.

Ma come l’ombra vede di colei,
non vo’ dir gli occhi, che nel mondo venne
per dar sempre cagione a’ sospir miei,

così all’alto vol si trae le penne,
e’ passi volge tutti a seguir lei,
come fé già quando me’ si convenne.
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