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Normale Version: Rime - Parte prima 081 - 100 (17)
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LXXXIII

S’io veggio il giorno, Amor, che mi scapestri
de’ lacci tua, che sì mi stringon forte,
vaga bellezza né parole accorte
né alcun altri mai piacer terrestri

tanto potranno, ch’io più m’incapestri
e mi rimetta nelle tua ritorte:
avanti andrò, fin che venga la morte,
pascendo l’erbe per gli luoghi alpestri.

Tu m’hai il cibo, il sonno ed il riposo
e il parer uom fra gli altri ed il pensiero
tolto, che io di me aver devrei,

ed hami fatto del vulgo noioso
favola divenire; ond’io dispero
mai poter ritrovar quel ch’io vorrei.

LXXXIV

Sì fuor d’ogni pensier, nel qual ragione
passeggi o stia, seguendo l’appetito,
è il mio folle pensier del tutto uscito,
che paura nol può né riprensione,

né ancora colei che n’è cagione,
avendo il suo bel viso assai seguito,
ritrar dal corso, nel quale smarrito
corro all’ultima mia destruzione.

Così fa, lasso, negli anni migliori
il creder troppo al fervente desio
e l’invescarsi in le reti d’amore;

che, quando vuol, non può poi degli errori
disvilupparsi il misero, che Dio
e sé offende, e vive male e muore

LXXXV

Quand’io riguardo me vie più che ’l vetro
fragile, e gli anni fuggir com’il vento,
sì pietoso di me meco divento,
che dir nol porria lingua, non che metro;

piangendo il tempo, ch’ho lasciat’arietro
mal operato, e prendendo spavento
de’ casi, i quai talora a cento a cento
posson del viver tormi il cammin tetro.

Né mi può doglia, per ciò, né paura
la vaga donna trarre della mente,
dov’Amor disegnò la sua figura.

Per che, s’io non m’inganno, certamente
la fine a quest’amor la sepultura
darà, ed altro no, ultimamente.

LXXXVI

Ippocrate, Avicenna o Galieno,
diamante, zafir, perla o rubino,
brettonica, marrobio o rosmarino,
psalmo, evangelio ed orazion vien meno;

piova né vento, nuvol né sereno,
mago né negromante né indovino,
tartaro né giudeo né saracino,
né povertà né doglia, ond’io son pieno,

poteron mai del mio petto cacciare
questo rabbioso spirito d’amore,
ch’a poco a poco alla morte mi tira.

Ond’io non so che mi debba sperare;
ed ei d’ogn’altro affan mi caccia fuore,
come vuol, m’affligge e mi martira

LXXXVII

S’Amor, li cui costumi già molt’anni
con sospiri ’nfiniti provat’hai,
t’è or più grave che l’usato assai,
perché, seguendol, te medesmo inganni,

credendo trovar pace tra gli affanni?
perché da lui non ti scavresti omai?
perché nol fuggi? e forse ancor avrai,
libero, alcun riposo de’ tua danni.

Non si racquista il tempo che si perde
per perder tempo, né mai lagrimare
per lagrimar restette, com’uom vede.

Bastiti ch’ad Amor il tempo verde,
misero, desti, ed ora, ch’a imbiancare
cominci, di te stesso abbi mercede.

LXXXVIII

Grifon, lupi, leon, bisce e serpenti,
draghi, leopardi, tigri, orsi e cinghiari,
disfrenati cavai, tori armentari,
rabbiosi can, tempeste e discendenti

folgori, tuoni, impetuosi venti,
ruine, incendi, scherani e corsari,
discorridori armati e sagittari
soglion fuggir le paurose genti:

ma io, che non son tal, perché discerno
com’orribil fuggirmi a chi non torna,
fuggita, se non vede dipartirme?

forse son io el diavol dell’inferno?
e crederrel s’io avessi le corna,
poiché così a costei veggio fuggirme!

LXXXIX

Poco senn’ha chi crede la fortuna
o con prieghi o con lacrime piegare,
e molto men chi crede lei fermare
con senno, con ingegno, o arte alcuna.

Poco senn’ha chi crede atar la luna
a discorrer il ciel per suo sonare,
e molto men chi ne crede portare,
morendo, seco l’or che qui raguna.

Ma più ch’altri mi par matto colui
ch’a femina, qual vogli, il suo onore,
sua libertà e la vita commette.

Elle donne non son, ma doglia altrui,
senza pietà, senza fé, senz’amore,
liete del mal di chi più lor credette.

XC

“Era ’l tuo ingegno divenuto tardo
e la memoria confusa e smarrita
e l’anima gentil quasi invilita
driet’al riposo del mondo bugiardo;

quando t’accese ’l mio vago riguardo
e suscitò la virtù tramortita,
tanto ch’io t’ho condotto ove s’invita
al glorioso fin ciascun gagliardo.

In te sta el venir, se l’intelletto
aggiungi, driet’a me, che la corona
ti serbo delle frondi tanto amate.

Che farai? vienne!” mi dice nel petto
la donna per la quale Amor mi sprona:
ed io mi sto, tant’è la mia viltate


XCI

Infra l’eccelso coro d’Elicona
mi trasportò l’altr’ieri il mio ardire;
là dove, attento standomi ad udire
ciò che in quel s’adopra e si ragiona,

qual forse già fu la lacona
donna di Paris, una ninfa uscire
d’un lieto bosco e verso me venire
co’ crin ristretti da verde corona.

A me venuta disse: “Io son colei
che fo di chi mi segue il nome etterno,
e qui venuta sono ad amar presta;

lieva su, vieni!”; ed io, già di costei
acceso, mi levai: ond’io, d’inferno
uscendo, entrai nell’amorosa festa.

XCIII

Fuggit’è ogni virtù, spent’è il valore
che fece Italia già donna del mondo,
e le Muse castalie son in fondo,
né cura quas’alcun del lor onore.

Del verde lauro più fronda né fiore
in pregio sono, e ciascun sotto il pondo
dell’arricchir sottentra, e del profondo
surgono i vizi triunfando fore.

Per che, se i maggior nostri hanno lasciato
il vago stil de’ versi e delle prose,
esser non deti maraviglia alcuna.

Piangi dunque con meco il nostro stato,
l’uso moderno e l’opre viziose,
cui oggi favoreggia la fortuna.

XCIV

Apizio legge nelle nostre scole
e ’l re Sardanapalo, e lor dottrina
di gran lunga è preposta alla divina
dagli ozi disonesti e dalle gole.

E verità né in fatti né in parole
oggi si truova, e ciaschedun inchina
all’avarizia sì com’a reina,
la quale in tutto può ciò che la vuole.

Onestà s’è partita e cortesia,
ed ogn’altra virtù è al ciel tornata,
ed insieme con esse leggiadria

dalle villane menti discacciata;
ma quanto questo per durar si sia,
Iddio sel sa, ch’ad ogni cosa guata

XCV

Saturno al coltivar la terra puose
già lungo studio, e Pallade lo ingegno
alle meccaniche arti, ed Ercul degno
si fé di etterna fama l’orgogliose

fiere domando; e l’opre virtuose
de’ buon Romani el nome loro e ’l regno
ampliar ultra ad ogni mortal segno,
e d’Alessandro le imprese animose.

Così filosofia fece Platone,
Aristotele ed altri assai famosi,
ed Omero e Vergilio i versi loro.

Oggi seria reputato un montone
chi torcesse el camin dalli studiosi
di perder tempo ad acquistar tesoro.

XCVI

Tanto ciascun ad acquistar tesoro
con ogni ingegno s’è rivolto e dato,
che quasi a dito per matto è mostrato
chi con virtù seguisce altro lavoro.

Per che costante stare infra costoro
oggi conviensi, nel mondo sviato,
a chi, come tu fosti, è infiammato,
Febo, del sacro e glorioso alloro.

Ma perché tutto non può la virtute
ciò ch’ella vuol, senza il divino aiuto,
a te ricorro, e prego mi sostegni

contra li fati avversi a mia salute,
dopo il giusto affanno, il già canuto
capo d’alloro incoronar ti degni

XCVII

Sovra li fior vermigli e’ capei d’oro
veder mi parve un foco alla Fiammetta,
e quel mutarsi in una nugoletta
lucida più che mai argento o oro.

E qual candida perla in anel d’oro,
tal si sedeva in quella un’angioletta,
voland’al cielo splendida e soletta,
d’oriental zafir vestita e d’oro.

Io m’allegrai, alte cose sperando,
dov’io dovea conoscer che a Dio
in breve era madonna per salire,

come poi fu: ond’io qui, lagrimando,
rimaso sono in doglia ed in desio
di morte per potere a lei salire.

XCVIII

Parmi tal volta, riguardando il sole,
assai più che l’usato acceso;
per ch’io con meco dico: “Forse esteso
si siede in quello il mio fervente sole,

il quale agli occhi miei sempre fu sole
poscia ch’io fui ne’ lacci d’amor preso;
per certo ei v’è: però di tanto peso
son ora e raggi di quest’altro sole”.

E sì nel cor s’impronta esto pensero,
che mi pare veder, guardando in esso,
sì come aquila face, intento e fiso,

la fiamma mia, e d’essa assai intero
ogni contegno, e conoscer da presso
li capei d’oro e crespi ed il bel viso.

XCIX

Dormendo, un giorno, in sonno mi parea
quasi pennuto volar verso il cielo
drieto all’orme di quella, il cui bel velo
cenere è fatto, ed ella è fatta dea.

Quivi sì vaga e lieta la vedea,
ch’arder mi parve di più caldo gelo
ch’io non solea, e dileguarsi il gelo
ch’in pianto doloroso mi tenea.

guardando, l’angelica figura
la man distese, come se volesse
prender la mia; ed io mi risvegliai.

Oh quanta fu la mia disavventura!
Chi sa, se ella allor preso m’avesse,
e s’io quaggiù più ritornava mai?

C

Se la fiamma degli occhi, ch’or son santi
e che per me fur dardi e poi catene,
mortificasse alquanto le mia pene
e rasciugasse e grevi e lunghi pianti,

io udirei quelli angelici canti,
ch’ode chi vede il sommo e vero bene,
né vagando anderei drieto alla spene,
ch’in questa vita molti ne fa erranti.

Ma essa, etterna, le cose mortali
disdegna, e ride del pensier fallace,
che mi sospinge dov’ognor più ardo;

per che temo che mai alle mia ali
non verran penne, che a tanta pace
levar mi possan dal mondo bugiardo.
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