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Normale Version: Rime - Parte prima 121 - 126 (6)
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CXXI

Poi satiro sei fatto sì severo
nella mia colpa ed étti sì molesta,
credo sarebbe cosa assai onesta
prima lavasse il tuo gran vitupero,

che mordesse l’altrui: uom sa, per vero,
la dolorosa e puzzolente festa
che festi del tuo nato, quand’in questa
vita ’l produsse il natural sentiero.

Né lascia questo divenire antiquo
l’infamia tua, ché nel cinquantesmo
gravida avevi quella cui tenevi.

O crudel patre, o sacerdote iniquo!
Poi, dov’uom scarca ’l ventre, per battesmo
si died’a quel cui generato avevi.

CXXII

S’io ho le Muse vilmente prostrate
nelle fornice del vulgo dolente,
e le lor parte occulte ho palesate
alla feccia plebeia scioccamente,

non cal che più mi sien rimproverate
sì fatte offese, perché crudelmente
Appollo nel mio corpo l’ha vengiate
in guisa tal, ch’ogni membro ne sente.

Ei m’ha d’uom fatto un otre divenire,
non pien di vento, ma di piombo grave
tanto, ch’appena mi posso mutare.

Né spero mai di tal noia guarire,
sì d’ogni parte circondato m’have;
ben so però che Dio mi può aiutare

CXXIII

Se Dante piange, dove ch’el si sia,
che li concetti del suo alto ingegno
aperti sieno stati al vulgo indegno,
come tu di’, della lettura mia,

ciò mi dispiace molto, né mai fia
ch’io non ne porti verso me disdegno:
come ch’alquanto pur me ne ritegno,
perché d’altrui, non mia, fu tal follia.

Vana speranza e vera povertate
e l’abbagliato senno delli amici
e gli lor prieghi ciò mi fecer fare.

Ma non goderan guar di tal derrate
questi ingrati meccanici nimici
d’ogni leggiadro e caro adoperare.

CXXIV

Già stanco m’hanno e quasi rintuzzato
le rime tua accese in mia vergogna;
e quantunque a grattar della mia rogna
io abbia assai nel mio misero stato,

pur ho tal volta, da quelle sforzato,
risposto a quel che la tua penna agogna,
la qual non fu temperata a Bologna,
se ben ripensi il tuo aspro dettato.

Detto ho assai che io cruccioso sono
di ciò che stoltamente è stato fatto,
ma frastornarsi non si puote omai.

Però ti posa ed a me dà perdono,
ch’io ti prometto ben che ’n tal misfatto
più non mi spingerà alcun giammai

CXXV

Io ho messo in galea senza biscotto
l’ingrato vulgo, e senza alcun piloto
lasciato l’ho in mar a lui non noto,
ben che sen creda esser maestro e dotto:

onde el di su spero veder di sotto
del debol legno e di sanità voto;
né avverrà, perch’ei sappia di nuoto,
che non rimanga lì doglioso e rotto.

Ed io, di parte eccelsa riguardando,
ridendo, in parte piglierò ristoro
del ricevuto scorno e dell’inganno;

e tal fiata, a lui rimproverando
l’avaro senno ed il beffato alloro,
gli crescerò e la doglia e l’affanno.

CXXVI

Or sei salito, caro signor mio,
nel regno, al qual salire ancor aspetta
ogn’anima da Dio a quell’eletta,
nel suo partir di questo mondo rio;

or se’ colà, dove spesso il desio
ti tirò già per veder Lauretta;
or sei dove la mia bella Fiammetta
siede con lei nel cospetto di Dio.

Or con Sennuccio e con Cino e con Dante
sicuro d’etterno riposo
mirando cose da noi non intese.

Deh, s’a grado ti fui nel mondo errante,
tirami drieto a te, dove gioioso
veggia colei che pria d’amor m’accese
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